Cultura Sorda
di Enrico Dolza
Il dibattito tra il modello medico e il modello sociale della sordità riflette una controversia più profonda sulla natura della sordità stessa. Questo dibattito si può ricondurre a diverse visioni interpretative, spiegabili attraverso i due modelli più noti della disabilità. Il modello sociale, che ha acquisito sempre maggiore rilevanza negli ultimi anni, anche grazie all’approccio rivoluzionario proposto dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (UNCRPD, 2006), trova un riscontro particolarmente potente nella condizione di sordità. Unica tra le disabilità, la sordità ha generato vere e proprie lingue umane e un ricco apparato culturale composto da luoghi, credenze, miti, norme sociali, letteratura, teatro e poesia.
Nella società contemporanea, la comunità Sorda appare come un gruppo che vive una frammentazione innegabile, dovuta al costante oscillare tra appartenenza socioculturale e una prospettiva medicalizzante. Si può essere sordi in due modi: in senso biologico, in cui domina l’aspetto clinico-diagnostico, o in senso sociale, in cui prevale la dimensione identitaria.
In quest’ultimo caso, il concetto di disabilità viene apertamente decostruito e la sordità diventa essenza piuttosto che deviazione. La Sordità sociale si riscontra tipicamente in famiglie interamente o quasi interamente composte da persone Sorde, a volte anche da generazioni. Per questi genitori Sordi, la nascita di un figlio Sordo non è motivo di preoccupazione. La comunicazione all’interno della famiglia è garantita dall’uso diffuso e fluente della lingua dei segni come lingua madre dell’intero nucleo familiare. La percezione di queste famiglie non si radica nell’idea di disabilità, bensì nella loro identità, spesso accompagnata da orgoglio: la Sordità e la lingua dei segni non sono realtà da nascondere, ma da valorizzare e condividere.
Analogamente alle minoranze linguistiche e culturali, le persone Sorde si battono per il riconoscimento e il diritto di usare la propria lingua, rivendicando l’accessibilità ai servizi pubblici, alla scuola, ai media e alla cultura. Condividono con alcuni alleati udenti (in particolare i CODA – figli di genitori Sordi – interpreti, professionisti, familiari e amici) una lingua, tradizioni, miti, regole sociali, luoghi di incontro e meccanismi di riproduzione dell’identità della loro comunità.
Disabilità o identità? Queste sono due opposte costruzioni sociali della sordità. Da un lato c’è la medicalizzazione, che vede la sordità come una carenza da risolvere ripristinando le capacità uditive e linguistiche. Dall’altro lato, c’è la percezione della sordità come minoranza, una differenza ontologica, un modo diverso di essere e stare nel mondo, con la rivendicazione, difesa e promozione della propria unicità linguistica e culturale.
Nel modello sociale proposto dai Deaf Studies, le persone Sorde possono essere incluse nella società udente, ma non è un obbligo. Tale inclusione è subordinata alla condizione che le persone Sorde non perdano la propria identità linguistica e culturale, che deve essere protetta, preservata e valorizzata.
Il concetto di Deafhood fa riferimento all’accettazione completa della propria sordità, accompagnata da una profonda consapevolezza di appartenere a una cultura unica, con valori propri, spazi di incontro, produzioni letterarie ed estetiche e, soprattutto, una lingua unificante: la lingua dei segni. Coniato da Paddy Ladd, studioso Sordo dell’Università di Bristol, il termine si contrappone a “deafness” (sordità), che pone l’accento sulla perdita dell’udito. Deafhood sposta la narrazione verso una comprensione positiva dell’essere Sordi, sottolineando la sordità come una condizione culturale e non medica, che non deve essere “curata”. Nell’opera fondamentale di Ladd, Understanding Deaf Culture: In Search of Deafhood (2003), si sostiene che le comunità Sorde siano riserve di risorse sociali e linguistiche capaci di sfidare gli assunti “audiocentrici” della società occidentale. La Deafhood allinea l’identità Sorda alle minoranze linguistiche e culturali, collocandola negli studi sul multilinguismo e sulle culture minoritarie. Promuove lo smantellamento delle strutture colonialiste imposte dalla società udente, come i centri di riabilitazione, e immagina un futuro in cui le lingue dei segni siano integrate nei curricula scolastici, favorendo una società bilingue che rispetti l’identità culturale Sorda.
L’audismo è una forma di abilismo specifica nei confronti del mondo Sordo. L’abilismo si riferisce a atteggiamenti discriminatori verso le persone con disabilità, giustificati dalla presenza di limitazioni fisiche o mentali che portano a trattamenti differenziati, svalutazione o esclusione. L’audismo rappresenta una forma specifica di discriminazione contro la Comunità Sorda: un pregiudizio secondo cui le persone udenti si ritengono superiori semplicemente in virtù del fatto di poter sentire e padroneggiare la lingua orale del proprio Paese. Il termine fu coniato nel 1975 da Tom L. Humphries e rappresenta un costrutto concettuale che considera le persone Sorde incapaci, classificandole come disabili, portando alla svalutazione delle lingue dei segni, spesso ridotte a semplici pantomime o gesti privi di significato linguistico. Gli argomenti audisti sono fortemente fonocentrici, basati sull’assunto implicito che le lingue umane siano esclusivamente quelle orali o scritte delle comunità udenti. Poiché il pensiero è visto come qualcosa di unico e intrinsecamente umano, legato al linguaggio, chi non lo possiede è percepito come meno che umano. Nell’ottica audista, solo il linguaggio orale può renderci pienamente umani.
Oltre a Deafhood e Audismo, la comunità Sorda ha sviluppato altri concetti teorici, come Deaf Gain e Deaf-Same.
Il Deaf Gain esplora i vantaggi dell’essere sordi e i contributi delle persone e delle comunità Sorde che, nel corso della storia, hanno arricchito l’umanità nel suo complesso. Il concetto fu menzionato per la prima volta da Aaron Williamson, un artista Sordo, che si chiese perché, quando stava per perdere l’udito a sette anni, nessun medico gli avesse detto che stava guadagnando la sordità anziché perdere l’udito. Questa idea è stata successivamente ripresa nel 2009 e sviluppata più compiutamente nel 2015 da H-Dirksen Bauman e Joseph Murray, entrambi esperti di Deaf Studies presso la Gallaudet University. Questa ideologia parte dal presupposto che le persone Sorde, spesso viste dalla società udente come mancanti di un senso, abbiano invece dato contributi significativi all’esperienza umana. Secondo il Deaf Gain, la società dovrebbe essere vista come un ecosistema sostenuto dalla biodiversità, in cui la salute dell’ecosistema sociale è misurata dalla diversità di culture, corpi, menti e lingue. Un ecosistema sano dovrebbe quindi includere anche la diversità linguistica e sensoriale apportata dalle persone Sorde.
Il Deaf-Same, esplorato da Kusters e Friedner nel 2015, indaga l’universalismo Sordo e si interroga su quanto la dimensione della sordità prevalga su tutte le altre, portando le persone Sorde a percepirsi come parte di una comunità globale unita dalla nozione: “Io sono Sordo, tu sei Sordo, quindi siamo uguali”. Il Deaf-Same sottolinea l’esperienza condivisa dell’essere Sordi, che trascende geografia, cultura, razza, religione e classe sociale. Crea un senso di connessione e mette in evidenza quanto sia facile per le persone Sorde di tutto il mondo capirsi tra loro attraverso un mix di lingue dei segni nazionali, gestualità e segni internazionali.
Questo apparato teorico che sostiene l’idea di una Cultura Sorda distinta si riflette nelle pratiche quotidiane. La Cultura Sorda prospera in vari contesti: scuole bilingui, associazioni culturali e ricreative, circoli per anziani, Deaf Companies (imprese gestite da persone Sorde, dai ristoranti tradizionali alle start-up tecnologiche) e gruppi sportivi. Questi spazi fungono da centri per la socializzazione e la riproduzione culturale, promuovendo al contempo la consapevolezza e l’apprezzamento della lingua dei segni e dei valori culturali Sordi.
La lingua dei segni è indiscutibilmente il fulcro della Comunità Sorda, incarnando la sua identità e funzionando come mezzo dinamico per la comunicazione, l’espressione culturale e l’innovazione artistica. È molto più di uno strumento pratico; è un simbolo vibrante di unità, orgoglio e creatività all’interno della comunità. Negli ultimi decenni, la lingua dei segni ha ispirato una straordinaria gamma di espressioni artistiche, tra cui poesia, teatro, performance, arti visive, cinema e persino rap, ciascuna delle quali mettendo in mostra la ricchezza linguistica e culturale unica del mondo Sordo. Queste espressioni creative non sono confinate a palcoscenici locali, ma hanno acquisito visibilità in eventi internazionali, come festival di teatro Sordo, mostre d’arte e proiezioni cinematografiche. Queste piattaforme non solo celebrano la diversità dell’arte Sorda, ma rafforzano anche un senso di identità condivisa, in cui le comunità Sorde globali si uniscono per onorare la loro lingua, il loro patrimonio e le esperienze collettive.