La Lingua dei Segni è sempre esistita?
Di Enrico Dolza
La Lingua dei Segni è normalmente associata alle persone sorde, ma in realtà andrebbe più correttamente associata all’umanità intera, che infatti l’ha utilizzata, in contesti ed epoche diverse, anche all’interno di svariate e differenziate comunità udenti. Basti pensare alle lingue dei segni monastiche dell’Europa medievale, i signa loquendi che hanno accompagnato per secoli il voto di silenzio in molti monasteri benedettini e trappisti, oppure alle lingue segni dei nativi americani usate come lingua franca dagli indiani delle pianure per garantire la mutua comprensibilità tra popolazioni diverse, o ancora, quelle degli aborigeni australiani legate a specifici speech taboo o durante partite di caccia, attività e situazioni in cui mantenere il silenzio è cruciale.
Ma cosa sappiamo sulle origini delle lingue dei segni? Sappiamo molto e poco allo stesso tempo, ma possiamo tentare una ricostruzione, piuttosto realistica invero, sul percorso che le lingue dei segni del passato hanno compiuto per arrivare sino a noi oggi. La presenza di persone sorde comunicanti con varie forme di gestualità è certa, perché compare in tutte le fonti dell’antichità, compresa la Bibbia, le fonti classiche greco-romane e quelle cristiane delle origini. Tutto sembra convergere sulla presenza di persone sorde adulte, talvolta singole, talvolta in piccolo gruppo, che comunicano usando le mani per comporre gesti rappresentativi e farsi capire dai propri interlocutori, pur in assenza di capacità articolatorie orali.
Sarà però necessario aspettare l’illuminismo e l’apertura della prima scuola per sordi del mondo, affinché comparissero le prime lingue dei segni moderne. Queste ultime, sono infatti nate in forma strettamente interconnessa con la nascita dei primi istituti, luoghi non solo di alfabetizzazione e scolarizzazione dei sordi, ma anche di socializzazione e di concentrazione, per la prima volta nella storia, di un gran numero di essi in uno spazio ben definito e ristretto. Gli Istituti per Sordi, hanno, in pratica, rappresentato il primo grande deaf space formale della storia e hanno consentito la nascita e la riproduzione, sociale e materiale, della comunità dei Sordi così come la conosciamo oggi. Se è infatti vero che i primi tentativi di istruzione dei sordi sono da far risalire alla Spagna del ‘500 e del ‘600, è però altrettanto importante per la storia delle lingue dei segni ricordarsi che la prima vera scuola per sordi aperta nel mondo è l’Istituto Nazionale per Giovani Sordi di Parigi (ancora esistente!), fondato nel 1778 dall’abate De L’Epèe. La grande diversità e originalità del progetto epeano rispetto ai precedenti tentativi spagnoli risiede sia nel modello organizzativo, sia nel metodo educativo. Dal punto di vista organizzativo infatti la scuola di Parigi venne concepita come un vero e proprio istituto scolastico con collegio annesso, diversamente dal modello uno ad uno istitutore-discepolo che aveva caratterizzato i tentativi dei secoli precedenti. Questo non è un aspetto da poco, perché è solo radunati in un unico luogo fisico che i sordi possono comunicare tra di loro, facendo “esplodere” la loro comunicazione mimico-gestuale, consentendole di evolversi nel giro di pochi anni e al massimo in una o due generazioni, in una vera e propria lingua dei segni.
Il che, è esattamente quello che successe a Parigi in quegli ultimi 20 anni del’700. Tanto che il De L’Epèe abbandonò il metodo orale dei suoi predecessori e fece invece della lingua dei segni lo strumento principe dell’educazione dei sordi. E tale rimarrà per almeno cento anni, fino al tanto controverso Congresso di Milano, che, nel 1880, in pieno positivismo, sancì il ritorno dell’educazione orale dei sordi e l’abbandono e in parte addirittura l’esplicito divieto di utilizzare la Lingua dei Segni, almeno nei setting educativi e scolastici. Bisognerà attendere gli studi visionari di William Stokoe, realizzati negli Stati Uniti a partire dai tardi anni ’60 del ‘900 per riscoprire il valore linguistico delle lingue dei segni, ricerche e riflessioni che analogamente furono portate avanti anche in Italia, qualche anno dopo, da Virginia Volterra.
De L’Epèe accolse nella sua nuova istituzione un gran numero di piccoli sordi, alcuni dei quali con ogni probabilità si conoscevano già tra di loro, per ragioni di vicinato e più probabilmente anche per consanguineità. Questi piccoli sordi portarono nella scuola quelli che De L’Epèe osservò immediatamente e poi definì, i “segni naturali”. Grazie alla sua personale formazione filosofica classica, aveva ben chiara l’ipotesi che i segni potessero svolgere funzioni paragonabili alle parole e proprio per questo egli fu in grado di scorgere nitidamente ciò che nei secoli nessuno era riuscito o aveva voluto vedere, e cioè che la comunicazione spontanea dei sordi passa attraverso il canale visivo-gestuale, e che essi riescono a farsi capire attraverso l’espressione del corpo e del viso, nonché attraverso un significativo repertorio di segni iconici sovente condivisi dagli udenti e da questi comprensibili. Questa ampia gamma di segni spontanei da lui osservati lo lasciò ammirato e meravigliato e lo convinse che in quella forma di comunicazione ci fosse qualcosa di molto potente, che poteva innovare profondamente l’educazione dei sordi e che di questa dovesse essere messa immediatamente a disposizione. E, infatti, nel giro di poco tempo, arrivò addirittura a formalizzare un nuovo metodo di istruzione dei sordi, detto dei “segni metodici” in cui, con modalità assolutamente avveniristiche per i tempi, utilizzava la Lingua dei Segni “naturale” come strumento per arrivare al francese scritto, introducendo “segni” da lui inventati per tutte quelle parti del discorso presenti nel francese, ma non nella lingua dei segni.
Sarà proprio dall’uso dei segni naturali, combinati con i segni metodici, che andrà formandosi e velocemente stabilizzandosi, attraverso un rapido processo di creolizzazione, la Lingua dei Segni Francese, che ha fatto da modello per gran parte delle lingue dei segni del mondo. Con qualche approssimazione, potremmo definire la Lingua dei Segni Francese come il latino delle lingue dei segni, la più antica e prestigiosa e dalla quale sono discese gran parte delle altre lingue dei segni. Come è potuto succedere tutto questo? Grazie alla generosità di De L’Epèe e al suo entusiasmo, nonché alla sua incessante opera di divulgazione, che lo portò da un lato ad accogliere con gioia educatori dei sordi da altri Paesi europei per imparare la lingua e il metodo (tra cui il nostro abate Silvestri di Roma), dall’altro alla pubblicazione di due importanti opere pedagogiche, che sono ricordate tuttora tra le pietre miliari della nascente pedagogia speciale. Grazie a questa grande apertura, la Lingua dei Segni Francese ha dapprima influenzato, o direttamente figliato, ancora nel corso dell’800, gran parte delle lingue dei segni europee (con le importanti eccezioni della Lingua dei Segni Britannica e di quella Tedesca) e soprattutto quella Americana, che a sua volta, nel corso del’900, si è poi diffusa in molte varianti in numerosi Paesi dell’Africa, del Sud-Est Asiatico e dell’America centrale e meridionale.
Ma cos’erano e da dove venivano i “segni naturali” osservati con stupore da De L’Epèe? Lui non poteva saperlo, ma ora, grazie al lavoro instancabile dei linguisti contemporanei, in particolare di quelli ad orientamento innatista, possiamo dare una risposta. Quello che De L’Epèe osservò, oggi li chiamiamo home signs e sappiamo essere una sorta di precursore delle lingue dei segni, che emergono spontaneamente in alcune situazioni particolari, oggi ristrette a pochi paesi extraeuropei e luoghi remoti in cui non è previsto un sistema educativo per i piccoli sordi. In questi casi accade che il bambino sordo non ha modo di essere esposto ad alcun linguaggio, né alla lingua orale, poiché l’ambiente intorno a lui è parlante e tale lingua di esposizione è per lui inaccessibile transitando per via uditiva; né la lingua dei segni, in quanto non è conosciuta e usata dai genitori. Il risultato è che tra il bambino e i suoi più vicini interlocutori emerge una forma di comunicazione visivo-gestuale istintiva, che via via si grammaticalizza fino ad assumere la forma di una sorta di lingua visivo-gestuale primordiale, con elementi non solo lessicali (cioè singoli segni nella forma di gestualità codificata), ma anche elementi sintattici, con cui vengono costruiti enunciati elementari, magari anche solo mono-bi-tri termine, ma pur sempre vere e proprie frasi. Gli home signs, in forme probabilmente anche più elaborate di quanto finora descritto, sono quasi certamente le lingue dei segni osservate nel passato e raccontate dalle fonti dell’antichità. Forse anche qualcosa di più, in qualche caso tali home signs potrebbero essersi evoluti anche nel passato fino a raggiungere uno stadio evolutivo analogo a quelle che oggi conosciamo come “Lingue dei Segni condivise”, o anche “Village Sign Languages”. Queste, emergono spontaneamente come evoluzione degli home signs, laddove la presenza di persone sorde diventa la regola (di norma a causa dello scarso ricambio genetico di tali popolazioni) e il numero delle stesse arriva a rappresentare una percentuale significativa della popolazione. Sono dette “condivise”, perché esse non assumono lo status di lingue per i sordi, ma tali popolazioni vivono una situazione di diglossia paritaria tra lingua orale e lingua dei segni, essendo usate queste ultime anche dalla popolazione non sorda.
Le lingue dei segni sono dunque sempre esistite? In pratica, potremmo rispondere a questo quesito con un bel Sì! anche se naturalmente nel corso del tempo sono emerse e poi scomparse lingue dei segni a vari livelli di evoluzione e complessità, di cui non abbiamo traccia, se non flebili citazioni nelle fonti. Ma con l’avvento dell’educazione dei sordi nel tardo ‘700, le cose cambiano radicalmente e si formano le lingue dei segni moderne, quelle che conosciamo e studiamo oggi.